Realismo Materico

Realismo materico

Madre natura.
Colta nella forza dirompente di un vulcano in eruzione o nel silenzio dello spazio cosmico piuttosto che nella solitudine mistica e  esistenziale di un deserto o ancora nell’esplosione cromatica di un paesaggio contadino infuocato dal sole, è il fulcro creativo del discorso artistico di Vittorio Ferrarini.
Anzi, per dire meglio, è il connubio tra natura e materia l’elemento fondamentale per la creazione delle sue opere.
L’artista, infatti, sente fortemente il richiamo della materia, che impasta nel colore spesso squillante e violento, formando delle  suggestive visioni tridimensionali della natura che non viene mai colta banalmente bensì nei suoi aspetti più significativi e spettacolari.

I vulcani.
E’ il caso, per esempio, dei vulcani in eruzione, uno dei temi dominanti dell’opera di Ferrarini, intesi come sintesi estrema e perfetta tra natura e simbolismo.
Nel mondo classico il vulcano aveva per gli uomini un carattere sacro. Era il luogo degli dei, della trascendenza e del mito, un luogo dove si mescolavano paura ed ammirazione. Era un mistero che si manifestava nel fuoco, nel rumore e nel fumo. Per questo gli antichi collocavano nei vulcani eventi dove l’uomo incontrava il soprannaturale. Molte le affascinanti testimonianze racchiuse nella cultura greca e latina, dai Pascoli del Sole alle soglie dell’Etna dove Ulisse profanò buoi sacri o ai piedi del Vesuvio, nei Campi Flegrei, dove invece erano collocate le porte dell’Ade.
Oggi, come nei secoli scorsi, nelle opere dell’artista parmense il vulcano rimane un luogo misterioso, magico, in grado di suscitare curiosità ed incutere terrore. E’ la forza della natura che piega la volontà dell’uomo.

I deserti.
La parola deserto non è solo un sostantivo ma anche un aggettivo col significato di “solo, abbandonato”. Il latino desertum deriva dal verbo deserere che significa abbandonare. Deserere, a sua volta, è composto da de, con valore negativo, e serere (legare) quindi non più legato.
Nel ciclo dedicato ai deserti la pittura di Ferrarini sembra capace di ritrascrivere etimologicamente il significato di quei luoghi magici attraverso una composizione che si fa quasi astratta e geometrica pur conservando sempre la matericità che contraddistingue l’artista.

Lo spazio.
E dopo l’energia vitale delle eruzioni vulcaniche, la sospensione enigmatica dei deserti di dune non poteva di certo mancare la vastità imponente dell’orizzonte cosmico. Quali bagliori nella notte Ferrarini crea la sua cosmologia universale da un buio insondabile: scorci di pianeti, superfici lunari, nebulose interstellari, galassie lontanissime sempre si stagliano su sfondi neri che non atterriscono lo spettatore ma lo gratificano con uno spettacolo vitale di grande bellezza.

I paesaggi contadini.
L’escursione nell’affascinante universo di Vittorio Ferrarini continua poi con i paesaggi contadini. Qui l’artista, dall’indagine forse ancora prevalentemente “pittorica” dei cicli pittorici passati in rassegna, evolve verso un uso più dichiarato dell’oggetto, tuttavia lasciando sempre un ruolo importante all’intrusione cromatica.

Enrico Sgarbi